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lunedì 06 luglio 2020

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Anna

di Marco Celati - giovedì 28 maggio 2020 ore 19:50

La memoria è il piano inclinato delle cose, dove scorrono i nostri ricordi. Qualcuno si trattiene, altri scivolano via e vanno a finire, chissà dove. Chissà dove.

Eravamo al mare in spiaggia, a Marina di Vecchiano e mi hai detto, ecco, qui puoi piantare l’ombrellone e io l’ho fatto, imprecando fra me e me, perché non mi riusciva e la sabbia non mi piace. Poi abbiamo steso gli asciugamani e ci siamo sdraiati con il corpo al sole e la testa all’ombra. Ma non c’era troppo sole, si era ancora a maggio. Io mi tenevo la maglietta con il costume e te, impavida, sfoggiavi un bikini. La bellezza è nella tua persona e nei miei occhi. Solo un refolo di vento e qualche nuvola in cielo. Il mare era calmo, appena increspato, piccole onde venivano a due a due a infrangersi a riva. Il rumore della risacca accompagnava i pensieri. A un tratto ho messo l’asciugamano di traverso al tuo e ti ho appoggiato la testa sulle gambe. Si stava in pace. Gli altri ombrelloni lontani, distanziati: un effetto positivo della pandemia. A me venivano in mente i racconti di Tabucchi, che era di queste parti, una lettera dalla penombra, la balena che guarda gli uomini. Negli orecchi avevo Gymnopédie, numero uno, le note al piano di Satie e il loro malinconico, struggente languore. Lento e doloroso. Te lo dissi e te mi dicesti: sempre con la testa fra le nuvole e magari se ti levassi quegli auricolari sentiresti il mare, piuttosto che Satie! E me, e questa vita. E io risposi la vita non basta viverla, bisogna che qualcuno la racconti. Qualcuno che la senta. Una sciocchezza che avevo sentito alla televisione o forse letto.

La “gimnopedia” era una danza con esercizi ginnici, eseguita da efebi nudi nella Grecia antica. Ma forse vuol dire ginnastica dei piedi che azionano il pedale del pianoforte. Satie indossava completi di velluto, era fissato con il numero tre, viveva in un appartamento di due stanze che chiamava “l’armadio”, ma una stanza era sempre chiusa: conteneva la sua collezione di ombrelli che non usava mai. Un genio stravagante della musica. Morì a Parigi nel 1925 di cirrosi epatica. Aveva 56 anni. Gli auricolari erano quelli senza fili che mi avevano regalato i figli per il settantesimo compleanno. Il giorno che l’Italia era ripartita e finalmente alla Coop mi facevano saltare la fila senza nemmeno prenotare. Un raro privilegio dell’età. Che soddisfazione! Ma solo fino alle 18, forse perché dopo gli anziani cenano e vanno a letto. Ho ancora la fotografia che mi scattasti davanti al supermercato. Il compleanno ai tempi del contagio era stato strano. I miei figli in piedi distanziati tra loro, tu seduta in poltrona. Tutti con la mascherina. Niente baci né abbracci, dopo tanto tempo. Mi avevano portato una torta gelato con due candele: un sette e uno zero. Lo zero, inventato dagli indiani o dagli arabi, dava senso e peso a quel sette. Dopo la canzoncina degli auguri ho spento le candeline con un soffio. In fondo la vita è un soffio, ho pensato. Ma c’hai sputato! Mi hanno gridato, così ne abbiamo mangiato una sola fetta, sperando fosse dalla parte non contaminata e abbiamo riposto il dolce nel congelatore. Al settantunesimo capace ci arriva e speriamo anch’io. Chissà se l’abbiamo ucciso il virus o solo ibernato. Ecco come si propaga il contagio: con le torte di compleanno dei settantenni! Il virus aveva fatto questo: aveva instaurato un regime di sospetto e di paura, come le dittature. Ed era una dittatura accettata, in fondo. Poi ci siamo trasferiti in terrazza che è più grande della casa, anzi è l’unica cosa grande del monolocale, a bere un aperitivo, ognuno con la sua vaschetta di salatini. C’è una foto fatta con il cellulare. Le foto non sbiadiranno come quelle dei miei tempi, semmai saranno cancellate o resteranno in qualche memoria digitale che nessuno aprirà più. Si ricorderà più di avere. Ricordi. Ricordi.

Siamo andati in riva al mare a mettere i piedi nell’acqua per il rito d’inizio stagione. Era ancora fredda e non ho azzardato un tuffo. Abbiamo camminato lungo il bagnasciuga, a volte chinandoci a raccogliere qualche conchiglia. Qualche pietruzza levigata, qualche legno sbiancato e ritorto. Le cose più curiose erano per te. Ci farò dei segnaposti per la tavola, hai detto. Al Circolino dell’Acli abbiamo preso un riso al nero di seppia e te mi hai chiesto in che stato avevi i denti, accennando un sorriso. Mi piace quando sorridi. Ti si illumina il volto e gli occhi sembrano meno stanchi. Poi ci siamo fatti dare un mazzo di carte e abbiamo giocato all’ombra del pergolato, fino a tardi nel pomeriggio. Vinci quasi sempre te. Non sono bravo alle carte. Non ho fortuna.

La giornata si è allungata così, senza darci pensiero. Leggera. Un giorno qualunque di ferie della fase due. È passato tanto tempo, molti anni della nostra vita che qui racconto non perché si ricordi, non c’è molto da ricordare alla fine, ma perché basti sapere che c’è stata. Che basti averla vissuta. E che questo ci salvi.

Pontedera, 18 maggio 2020

Erik Satie, Gymnopédie N.1 https://youtu.be/GqjL-PGXzRA

Marco Celati

3 Gymnopédies: No. 1, Lent et douloureux

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