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​Io sto ancora con gli indiani

di - lunedì 06 maggio 2019 ore 09:01

Dedicato ai razzisti di casa nostra.

“Che ve ne sembra dell’America?” Non quella del secolo scorso cui si riferiva William Saroyan, il grande scrittore americano di origine armena, in una straordinaria raccolta di racconti che aveva appunto questo titolo. Per inciso, lasciatemelo ricordare quel libro, che divorai quando uscì nel 1965 negli Oscar Mondadori al prezzo di duecento lire, con la traduzione di Elio Vittorini. Per quella edizione l’autore scrisse una epigrafe: “Agli italiani della mia città natia, con i quali crebbi, con i quali vendetti giornali, lavorai nelle vigne, studiai e giocai”. Si riferiva a Fresno, in California, dove molti italiani erano andati per lavorare nelle vigne e nei frutteti. Messicani prima del tempo, immigrati come i tanti a cui oggi noi vorremmo chiudere le porte.

Che bellezza l’America che emergeva dai racconti di Saroyan, uno che scriveva una sorta di dichiarazione di poetica: “Sono uno che scrive storie, e non ho che una storia da raccontare: l’uomo”. E con Saroyan, i tanti altri scrittori. Dos Passos, Caldwell, Steinbeck... a raccontare una terra che sapeva rapirmi anche se spietata, violenta, carica di ingiustizie.

L’America è stata un mito, un sogno, una suggestione infantile a cui resto ancora oggi affezionato. Nessun evento è riuscito a scuotere questo mio innamoramento. Ombre rosse, ma anche Zabriskie Point, che poi tra tutti mi sembrava il più americano di tutti, benché il regista fosse il genio nostrano, Antonioni.

L’America era la musica della West Coast, era Bob Dylan, era anche il country e il folk del profondo sud. L’America era un pollice puntato al margine di una strada che tagliava il continente e un campus dove non sapevi se avresti preferito incontrare gli studenti in sciopero di Berkeley o gli studenti fuori di testa alla John Belushi

L’America era la libertà.

Già, la libertà. Eppure, eppure, per gente come me, c’era questo mito e insieme l’altro mito, l’Unione Sovietica. Leggevo gli americani, ascoltavo gli americani, mi immaginavo in viaggio per l’America. Però poi tifavo URSS, e con l’URSS gli altri Paesi del socialismo stabilito. Aveva un senso? Uno solo, ma bastava: ero un comunista e il mio era un modo di essere contro. Di essere contro stando qua, ovviamente, non là.
Là non ti avrebbero fatto nemmeno fiatare, ma qua, nel mondo del capitalismo realizzato, nel mio mondo di ragazzino, dichiararsi come filosovietico serviva a manifestarsi come eroe dei più deboli.

Non era solo l’America dei pionieri o del genocidio indiano, o degli emigranti di Ellis Island, dei grattacieli. Era un mondo che appariva ricco di opportunità, di fantasia, un pianeta con nuove frontiere. Ma poi venne il Vietnam e oggi Trump. 

Ma anche Obama e oggi Sanders.