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domenica 25 giugno 2017

PAROLE IN VIAGGIO — il Blog di Tito Barbini

Tito Barbini

In primo piano per decenni, nella politica italiana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di Francois Mitterand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio uno zaino. Da allora attraversa confini remoti e racconta i suoi viaggi e i suoi incontri nei libri. E’ ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Più di dieci libri, non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Nel 2016 è uscito il libro "Quell’idea che ci era sembrata così bella - Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio"

​E cosi ho lasciato la mia casa

di Tito Barbini - mercoledì 15 marzo 2017 ore 08:00

Non è stato semplice liberarmi dall’idea che si può vivere la politica senza essere più iscritto al partito. E’ la prima volta che mi accade in circa cinquant’anni e non sarei sincero se non riconoscessi di aver sofferto nel fare questa scelta. Ormai il mio partito si trova senza radici e senza orizzonte, con le fonti inaridite e l'identità incerte. Ma ora la mia testa è più sgombra e mi va di essere anche un po’ sarcastico con me stesso e affermare che sento di essermi risvegliato da un torpore che mi lasciava ormai da anni in una profonda incertezza. Quindi risveglio ma anche un uomo che ora deve ricostruire la casa delle sue idee. 

Ho ancora del tempo? Non lo so, ma devo trovarlo. Per questo mi sono proposto di non confrontarmi con il tempo. E questo, per me, significa anche dare un senso alla vita attraverso il presente, perché nel presente c’è il passato, ci sono le nostre radici; nel presente c’è il futuro, le possibilità che ci rendono ciò che saremo. Ho amato molto una storia raccontata nella Vita di Milarepa, il grande mistico tibetano dell’XI secolo. Ebbi modo di leggerla durante un mio viaggio in Tibet e tutto, dall’aria che respiravo a queste parole, mi indussero sicuramente a una diversa visione del tempo. Un maestro indiano e il suo discepolo camminano in una campagna assolata. Il maestro chiede un po’ d’acqua da bere e il discepolo si allontana alla ricerca dell’acqua; trova una valle molto verde, continua a camminare, incontra una sorgente e al di là della sorgente un villaggio. 

Affascinato, entra e incontra una ragazza e se ne innamora. Si sposa, ha dei figli. Poi arrivano le sofferenze: una carestia, tutto il villaggio muore, anche i suoi gli, sua moglie. Il discepolo allora torna indietro, ripercorre i suoi passi, disperato, solo, perso, arriva fin dove il vecchio maestro gli aveva chiesto l’acqua. Il maestro è ancora lì, sul ciglio della strada, e gli dice: “Quanto tempo, per portarmi un po’ d’acqua. È tutta la mattina che ti aspetto”. 

Ecco il tempo che sogno anch’io. Cercherò, invece, di essere nel nuovo movimento un testimone sereno, in modo da dar conto al meglio di una intera vita politica. Sereno e giusto, perché i ricordi sono sempre deformati. Con tutta l’onestà necessaria nel riconoscere che ho fatto parte di una esperienza collettiva nella quale la dimensione esistenziale non è andata di pari passo con la dimensione storica. E questo talvolta ha prodotto una tensione creativa, talvolta un cortocircuito. 

La più ipocrita è il fatto di ripensarsi, parlo come generazioni del Novecento, come ex-rivoluzionari. In realtà, abbiamo molto parlato di rivoluzione, ma non siamo stati mai veri rivoluzionari. Per lo meno la nostra non è mai stata una prassi della rivoluzione. Solo per utilizzare un’espressione che appartiene a quei tempi. Per quanto mi riguarda, non sono mai stato un rivoluzionario. Sono stato un militante comunista, questo sì. Perché militante? È giusto usare questa parola così desueta e antiquata? È una parola che ho amato molto e che amo ancora, oggi che non mi serve più. Quando la pronuncio sento ancora un’emozione che assomiglia a quando la scoprii da ragazzo. 

Era un libero legame – riprendo questa espressione dall’ultimo libro di Mario Tronti – che ci univa in un’unica famiglia, visibile perché praticata fuori, invisibile perché coltivata dentro: quella del movimento operaio di segno comunista. Ma il comunismo ha perso la sfida con la democrazia in tutto il mondo. E questo anche se l’esperienza dei comunisti italiani non ha perso nessuna sfida con la democrazia Oggi abbiamo bisogno di una nuova famiglia della sinistra: grande, inclusiva, plurale. 

Tito Barbini

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