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venerdì 20 ottobre 2017

PAROLE IN VIAGGIO — il Blog di Tito Barbini

Tito Barbini

In primo piano per decenni, nella politica italiana, all’improvviso non ne senti parlare più. Chiedi e nessuno sa darti notizie. Poi scopri che ha fatto una cosa che molti vorrebbero fare, ma sognano soltanto: dare lo stop alla vita di sempre e partire. Tito Barbini, classe 1945, sindaco di Cortona a 24 anni, poi presidente della Provincia di Arezzo, infine per 15 anni assessore regionale prima all’Urbanistica e poi all’Agricoltura, amico personale di Francois Mitterand. Si mette dietro le spalle tutto questo e intraprende un viaggio lungo cento giorni, che lo porta dalla Patagonia all’Alaska. Cento giorni a piedi e in corriera, per bagaglio uno zaino. Da allora attraversa confini remoti e racconta i suoi viaggi e i suoi incontri nei libri. E’ ormai, a tempo pieno, scrittore di viaggi. Più di dieci libri, non solo geografia fisica, paesaggi e luoghi, ma geografia della mente. In Patagonia o nel Tibet, un mondo altro, fatto di dolori, speranze, delusioni. Nel 2016 è uscito il libro "Quell’idea che ci era sembrata così bella - Da Berlinguer a Renzi, il lungo viaggio"

Le ceneri di Fidel

di Tito Barbini - lunedì 05 dicembre 2016 ore 12:45

www.repubblica.it

La morte di Fidel Castro ha suscitato un dibattito molto ampio nel nostro paese e mi sembra giusto parlarne a pochi giorni dalla sua morte. Personalmente ho appreso la notizia imbattendomi in una manifestazione di esuli cubani esultanti di gioia mentre con il taxi mi stavo recando all’aeroporto di Miami per tornare a casa. Molto si è parlato delle degenerazioni del potere cubano nella lunga stagione di Fidel Castro.

Però conservo ancora l’impressione che queste degenerazioni non appartengano all’idea iniziale. Non so come spiegarlo, ma non credo fino in fondo all’innocenza dei vincitori. Intendo dei vincitori di oggi.
 Provo a domandarmi: che cosa farei se tornassi indietro nel tempo? Perché mai durante la guerra del Vietnam non sarei dovuto stare dalla parte dei vietnamiti dello zio Ho? E perché mai non avrei dovuto riporre qualche speranza nel comunismo cinese che, con la Lunga Marcia di Mao, sollevava il più popoloso paese del mondo da un secolare destino di miseria e servitù? E la rivoluzione russa? E quella cubana? 

Guevara e Fidel Castro che liberano i contadini della Sierra e Cuba dal corrotto e criminale Batista. 
E fu solo e soltanto una grande menzogna l’ingresso nella storia comune di masse sterminate di donne e uomini che si liberavano dal dominio coloniale dell’Occidente?
 Senza Algeria, Cuba, Cina, Vietnam, Cile, Palestina, Sudafrica, l’idea di rivoluzione nella seconda metà del novecento sarebbe circoscritta in termini improbabili, strangolata dal grigio burocratismo degli abbracci e dei baci tra Breznev e dei vari capi dei cosiddetti paesi del socialismo reale.
 

Insomma, potrei sedermi sulla riva del fiume e lavarmene le mani. Potrei facilmente partecipare alla gara degli alibi e delle prese di distanza.
 Però, questo non mi porterebbe a niente. E allora lo confesso: nelle stesse condizioni storiche, mi metterei dalla stessa parte di Fidel. Magari senza illusioni, magari con sofferenza. Semmai vorrei avere avuto la forza, la chiarezza per denunciare gli errori e gli orrori, per raccontare ogni verità, perché ogni verità è sempre e comunque rivoluzionaria, ma sul serio, non come si proclamava un tempo a colpi di slogan.
 Non ricordo chi ha scritto questa poesia, forse Sepulveda o Neruda, in ogni modo oggi la dedico a Fidel. 


"E mentre i guerriglieri del «26 luglio» avanzavano sulle montagne e attraverso la giungla, in tutto il continente latinoamericano, dal rio Bravo fino alla Terra del Fuoco, gli umili innalzavano le loro bandiere di stracci, «perché adesso la storia dovrà fare i conti con i poveri dell’America".

Tito Barbini

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