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Attualità martedì 20 ottobre 2020 ore 13:00

Coldiretti ripudia la carne fatta in laboratorio

A Bruxelles si pensa di parificare, almeno nel nome, il prodotto naturale con quello artificiale. Grido di dolore e di rabbia degli allevatori



AREZZO — A tutto c'è un limite. Così avrebbero detto i vecchi saggi all'indomani di quanto sta avvenendo a Bruxelles. Il Parlamento europeo, che dovrebbe pensare al bene (economico e sanitario) del continente, discute sull'eventualità di abolire il divieto, attualmente e ovviamente in vigore, sulla definizione di “carne” costruita in laboratorio che non arriva dal mondo animale ma che nasce invece da un mix di sostanze vegetali, spezie, coloranti ed esaltatori di sapore.

Il buon giornalista non deve influenzare il lettore esponendo le proprie opinioni ma è tenuto anche ad applicare raziocinio, intelligenza e buon senso. Ed in questo caso ce n'è veramente poco.

Dello stesso avviso sono gli allevatori di Coldiretti Arezzo che urlano il loro disappunto. “Questa non è una bistecca”.

"Ridicolo" lo definisce Roberto Bemoccoli, vicepresidente di Coldiretti Arezzo e allevatore di suini che sottolinea come tutto ciò potrebbe essere fuorviante per il consumatore finale.  
"La finta carne ha un’origine completamente differente da quella che noi produciamo ogni giorno con la massima attenzione e per questo deve avere una denominazione diversa, per diversificare e dare valore al nostro lavoro. La carne ed i prodotti a base di carne fanno parte della dieta tradizionale dei nostri territori. Permettere a dei mix vegetali di utilizzare la denominazione di carne significa favorire prodotti ultra-trasformati con ingredienti frutto di procedimenti produttivi molto spinti dei quali, oltretutto, non si conosce nemmeno la provenienza della materia prima visto che l’Unione Europea importa ogni anno milioni di tonnellate di materia prima vegetale da tutto il mondo” - ribadisce Bemoccoli.

Rincara la dose Lidia Castellucci, presidente di Coldiretti Arezzo che punta il dito sul plagio di un prodotto vero con uno finto.
Una strategia di comunicazione subdola con la quale si approfitta deliberatamente della notorietà e tradizione delle denominazioni di maggior successo della filiera tradizionale del nostro allevamento con il solo scopo di attrarre l’attenzione dei consumatori, rischiando di indurli a pensare che questi prodotti siano dei sostituti, per gusto e valori nutrizionali, della carne e dei prodotti a base di carne” - dichiara Castellucci.

L’emergenza globale provocata dal Coronavirus ha fatto emergere una consapevolezza diffusa e maggiore sul valore strategico rappresentato dal cibo e sulle necessarie garanzie di qualità e sicurezza che vanno tutelate anche dall’utilizzo di nomi o definizioni fuorvianti per i consumatori in un momento così delicato per la vita delle famiglie e l’economia.


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