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Attualità domenica 03 gennaio 2021 ore 07:00

Arezzo e gli aretini nella Divina Commedia

Un saggio di Pasquini ricostruisce il legame del Sommo Poeta con il territorio. Ottima occasione per continuare ad apprezzarlo nei 700 anni dalla morte



AREZZO — Introdotto da Riccardo Nencini, il saggio "Arezzo e gli aretini nella Divina Commedia" (Polistampa Editore), l'ultima fatica letteraria dell'avvocato- scrittore aretino Stefano Pasquini, analizza un tema finora poco indagato dagli studiosi, quello del rapporto tra la Divina Commedia e la provincia di Arezzo.

Passando in rassegna i personaggi presenti nell'Opera per eccellenza, l’autore ricostruisce le vicende che li videro protagonisti: dagli episodi che portarono alle condanne al rogo di Griffolino e Maestro Adamo, incontrati da Dante nell’Inferno, alle imprese di Buonconte di Montefeltro, fra le quali principalmente la celebre battaglia di Campaldino (1289), la cui storia è illustrata in modo particolareggiato, alla poesia di Guittone d’Arezzo, la cui figura viene approfondita dal punto di vista biografico e letterario.

Dalle pagine del volume emerge la relazione che Dante ebbe con la città in cui trascorse periodi del suo esilio, oltre ad un’originale rilettura delle personalità aretine alla luce della teoria del “realismo figurale” di Erich Auerbach, basato sui concetti di figura e compimento.

Non dimentichiamo che Dante ha segnato la storia di molti luoghi del territorio aretino. Tra questi il Castello di Poppi, quello di Romena ed ha riportato gesta e personaggi, seppur relegandoli nell'Inferno, della Battaglia di Campaldino.
E come non parlare del Sommo Poeta con l'inizio del 2021. Proprio nell'anno appena cominciato, infatti, ricorrono i 700 anni dalla morte di Durante Alighieri detto Dante, definito dal governatore Giani, nell'ambito della presentazione del ricco calendario dedicato al padre della prosa in volgare: "testimone culturale della Toscana nel mondo".

Insomma, dopo tanti secoli possiamo anche iniziare a perdonargli, ovviamente lo diciamo con ironia, di averci definito "botoli ringhiosi" a cui l'Arno "torce il muso". Perché, forse proprio da lì abbiamo sviluppato la determinazione ed anche la testardaggine che difficilmente ci fa piegare di fronte alle difficoltà.

Claudio Zeni


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