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Attualità giovedì 18 marzo 2021 ore 08:42

Ospedale, tre neurologi "prestati" all'area Covid

Il direttore di Neurologia Giovanni Linoli

Il direttore Linoli traccia l'organizzazione dettata dall'emergenza. Ridotti ricoveri e prestazioni ambulatoriali, ma non la continuità assistenziale



AREZZO — L'intero ospedale San Donato da mesi è mobilitato contro questo maledetto virus che ha sconvolto le nostre esistenze, causato malati e troppe vittime.
"Tra le Unità Operative di Area Medica, la Neurologia - ricorda il Direttore Giovanni Linoli - ha messo a disposizione il numero più elevato di specialisti, andati a rafforzare la risposta nella degenza Covid. Attualmente sono 3 i neurologi (ma fino al 31 gennaio erano 4), che affiancano infettivologi e pneumologi nel dare assistenza ai pazienti ricoverati nei reparti dedicati ai contagiati. Un contribuito necessario, soprattutto nei periodi di massimo affollamento, come quello attuale. 

Lo abbiamo fatto con convinzione, riorganizzando e ridistribuendo il lavoro nel reparto, affinché nessuno dei nostri pazienti rimanesse indietro o non ricevesse adeguata assistenza. E' comprensibile e naturale che da oltre un anno l'attenzione di tutti sia concentrata sull'emergenza Covid; ma questo, purtroppo, non vuol dire che altre patologie siano ridotte di incidenza o meno importanti".

La risposta del San Donato al Covid ha reso necessari alcuni sacrifici. "Noi abbiamo ridotto i posti letto, che da 20 sono passati a 8 ed oggi la Neurologia opera in un'area multispecialistica del San Donato, condivisa con Ematologia, Gastroenterologia e Nefrologia. 

Si è quindi ridotto il numero dei ricoveri: da 885 nel 2019 a 679 nel 2020; così come quello delle prestazioni ambulatoriali (visite ed esami strumentali neurofisiologici), ridotte nel 2020 di circa il 25% rispetto al 2019. Alla riduzione numerica non ha tuttavia corrisposto una riduzione della qualità delle risposte. Alcuni tempi di attesa possono essere allungati, ma abbiamo sempre garantito la continuità assistenziale, dando risposta ai pazienti, sia in ospedale che a distanza, anche con modalità innovative, come la televisita".

Sono state, infatti, sempre garantite le terapie tempo-dipendenti per l'ictus ischemico. "Si tratta di terapie - spiega sempre Linoli – da attuare entro un definito intervallo di tempo dall'esordio dei sintomi; il numero di trattamenti eseguiti nel 2020 è diminuito rispetto agli anni precedenti in relazione al calo dei pazienti, ma i tempi sono stati sempre rispettati".

Covid e lockdown hanno comunque ridotto la domanda. "Un esempio è dato dagli accessi al pronto soccorso per ischemia cerebrale - termina – che nel 2020 sono diminuiti rispetto al 2019. Di certo, le patologie di cui ci occupiamo non si sono ridotte di incidenza. La mia convinzione è che la paura più grande sia stata, e resti, quella di essere contagiati dal virus. Prima dell'emergenza, chi aveva sintomi neurologici, anche lievi, suggestivi di un ictus, si rivolgeva al pronto soccorso. Qualcuno ricorderà le discussioni sugli accessi impropri che, in passato, hanno intasato il pronto soccorso. Da oltre un anno, chi può, evita l'ospedale, nonostante l'organizzazione di percorsi separati e l'assoluta sicurezza con la quale vengono erogate le prestazioni. E' un comportamento emotivo che non aiuta le persone a difendere la loro salute".


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