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Attualità venerdì 10 luglio 2020 ore 12:22

​“Io, da Arezzo in Armenia a combattere il Covid”

Il racconto di David Redi, medico di Malattie Infettive del San Donato, da tre settimane a Yerevan



AREZZO — C'è un pezzo di Arezzo nella trincea del Covid in Armenia. C'è David Redi, medico del reparto di Malattie Infettive del San Donato, nella “squadra” di giovani “doc”, armeni e italiani, che operano nei tre ospedali di Yerevan per EMT-2-Italia. Responsabile della missione è Mario Raviolo.

“Io sono stato destinato nell'ospedale più grande della capitale. Lavoriamo ma anche raccontiamo e spieghiamo la nostra organizzazione ad Arezzo e in Italia. Siamo passati dalla corsia 'all'aula' in modo naturale, lavorando fianco a fianco ogni giorno e mettendo a confronto i nostri studi e le nostre esperienze”, racconta David Redi.

Si sofferma sui colleghi armeni e sottolinea che "l'età media dei medici è più bassa che da noi. Si va dai 30 ai 50 anni e quindi sono in gran parte giovani. Fatta eccezione per Chirurgia e Rianimazione, la maggioranza dei medici sono donne. C'è una grande curiosità professionale e non solo sul tema Covid; sono interessati alla nostra diversità: loro hanno protocolli più standardizzati per i pazienti mentre i nostri sono più flessibili e personalizzati”.

Il dialogo e la formazione in aula si trasforma in un confronto sui singoli casi. “Una nefrologa mi ha chiesto un consiglio su un paziente. Ho fatto una valutazione diversa dai loro protocolli sul dosaggio di un medicinale e lei è stata d'accordo con me. Il paziente ha reagito bene. Esperienza analoga anche con una cardiologa. Sto vedendo una giovane classe medica non solo preparata ma anche interessata e aperta ad altre esperienze”.

Il confronto prosegue in ospedale. “In città non ci sono le misure di prevenzione adottate in Italia e quindi, fuori dall'ospedale, noi medici italiani rimaniamo per conto nostro. E' una precauzione che limita i nostri rapporti esterni ma che riteniamo doverosa”.

David Redi, ha 33 anni, originario di Monte San Savino, ha già in tasca il biglietto di ritorno. Porta la data del 17 luglio. Quel giorno avrà trascorso tre settimane in Armenia. 

Tornerò a casa con il ricordo della voglia di confronto e di crescita che ho visto nei colleghi armeni con i quali è stato bello discutere insieme i casi clinici per ottenere il meglio per ogni paziente. Ieri una collega di Yerevan ha preso il suo smartphone per fare una foto di gruppo. Sullo sfondo aveva l'immagine di una bambina, sua figlia di 3 anni e mezzo, la stessa età di mia figlia. Mi ha detto che è un mese che non la vede perché ha paura di trasmetterle il virus. Mi ha chiesto come avevo fatto con le mie bimbe e io le ho detto che tornavo tutti i giorni a casa per stare con loro e che la paura del Covid era tanta anche per me, ma senza la forza della mia famiglia non sarei riuscito ad andare avanti. Le ho detto che queste tre settimane lontano da loro sono per me un grande sacrificio”. 


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