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Attualità sabato 17 aprile 2021 ore 07:00

Arezzo e le sue bellezze: Piero della Francesca

Ilaria Pugi, giovane storica dell'arte, racconta l'artista per eccellenza. Colui che ha reso la città famosa in tutto il mondo



AREZZO — La sua arte è una tra le più affascinanti date alla luce dal Rinascimento e la sua eredità, oltre ad aver influenzato gli artisti delle generazioni successive, ha dato i suoi frutti anche a distanza di secoli.

Piero di Benedetto de' Franceschi, noto come Piero della Francesca, nasce – secondo studi recenti - a Borgo Sansepolcro, in provincia di Arezzo, da una famiglia di imprenditori e mercanti tra il 1412 e il 1418. Cresciuto nel paese natale, si sposta ben presto a Firenze, dove l’incontro con Domenico Veneziano e la formazione presso la sua bottega, saranno fondamentali per l’evoluzione del suo percorso artistico.

Nel corso degli anni Quaranta del Quattrocento, pur non interrompendo il legame con la propria terra d’origine, soggiorna presso diverse corti d'Italia, tra cui Urbino e Ferrara, ed entrando in contatto con pittori di origine spagnola e fiamminga scopre nuove tecniche per la rappresentazione realistica dei fenomeni atmosferici.

Su richiesta della famiglia Bacci, nel 1451 si sposta ad Arezzo, dove gli viene commissionato il completamento dei dipinti murali sulle pareti della Cappella Maggiore della Basilica di San Francesco. Realizza quindi la “Leggenda della Vera Croce”, il suo capolavoro, contraddistinto da scene dipinte in prospettiva e caratterizzate da una colorazione piena di luce e delicata al tempo stesso, eredità dello stile del Veneziano.

Il ciclo pittorico di Piero della Francesca documenta eccezionalmente la moda, sia maschile sia femminile, a cavallo tra lo stile gotico fiorito e la semplicità del Rinascimento. Questo passaggio ci porta ad avere nel Quattrocento una grande varietà di fogge: gli indumenti venivano divisi in “robe per di sotto” e “robe per di sopra”, le vesti erano caratterizzate da una vita alta e da uno scollo rotondo ma non accentuato. Intorno alla metà del secolo compaiono le maniche “a sbuffo” con polsi stretti che lasciavano intravedere la sottoveste da una fessura che si richiudeva tramite lacci di stoffa o ricami a nodo. Le maniche potevano essere sostituite facilmente grazie a questi nastri, dando la possibilità di modificare l’aspetto del proprio abito a seconda delle occasioni. Non a caso, l’espressione “è un altro paio di maniche”, che oggi significa “è ben altra cosa”, deriva proprio dall’uso di questa particolare tipologia di manica staccabile.

Attraverso lo studio dei colori, effettuato durante il grande restauro del ciclo pittorico eseguito nel corso degli Anni ’90 del secolo scorso, è emerso che il mantello della regina di Saba, ritratta nella scena dell’incontro con re Salomone, di colore bianco, doveva essere in origine lilla. La sovrana è qui avvolta nel bagliore della seta e sotto si intravede una semplicissima veste: una nobile cotta realizzata in velluto broccato con ricami in oro filato, raffiguranti il motivo a “griccia”, disegno che si sviluppa in verticale, con un tronco sinuoso dal quale spuntano foglie, melograni, fiori di cardo e pigne.

Nella scena dove viene raffigurato il regale corteo della regina di Saba, prostrata dinnanzi al Sacro Legno, la dama in primo piano indossa una cotta di color rosso (veste elegante di tessuti leggeri, seta e broccati, solitamente a colori vivaci), increspata in vita. Completa l’abito una giornea - sopravveste di origine militare, smanicata e aperta sui fianchi, confezionata con ricche stoffe e a volte foderata di pelliccia - fermata in vita da una cintura in velluto azzurro bordata di seta chiara. Il manto dall’ampio strascico è decorato con affrappature, intagli che abbellivano gli orli delle vesti e che richiedevano una certa esperienza nella realizzazione, tale da dar vita “all’arte degli affrappatori”, artigiani abili nell’intagliare i pregiati tessuti.

Nell’Annunciazione Maria indossa una lunga e morbida veste, drappeggiata e fermata in vita da una cintura. Il mantello, orlato di perle, è composto all’esterno di un tessuto in lana, e all’interno è foderato da pelliccetta di cavallina, la pelliccia tipica del Quattrocento. Le tinte delle vesti alludono a colori profetici: il rosso è la regalis purpura che appartiene all’Eterno nella sua rappresentazione umana, l’azzurro è il segno della divinità di cui Maria è fatta partecipe perché “piena di grazia”.

Ilaria Pugi

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