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venerdì 30 luglio 2021

RACCOLTE & PAESAGGI — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI vive e lavora in Valdera. Ama scrivere e dipingere e si definisce così: “Non sono un poeta, ma solo uno che scrive poesie. Non sono nemmeno uno scrittore, ma solo uno che scrive”.

Ciò che resta

di Marco Celati - venerdì 02 luglio 2021 ore 10:50

Sicurezza è ritirare i panni prima del temporale, riparare in casa al suo annunciarsi, al levarsi improvviso del vento tra gli alberi, al rumoreggiare del tuono nel cielo ingrigito, fino allo schianto della saetta e al turbine che tutto travolge. Il pensiero va a coloro che non hanno come te il giusto ristoro. Vivere non è uguale per tutti. Forse felicità è evitare il danno che la sorte riserva alla vita. Scampare al precipizio delle avversità. Sollevarsi degli uomini dalla loro esistenza precaria.

Non lasciamo continuità nel corso del tempo. Veniamo da un’epoca diversa, quando si parlava ancora di crescita collegata al progresso. Oggi per lo stesso collegamento si affronta o si invoca la decrescita. Tranne affetti e amata discendenza lasciamo poco o niente dopo di noi: case ancora in costruzione, che più nessuno chiede o costruisce, scheletri di fabbriche abbandonate tra erbe alte che il vento muove e intorno sporcizia. Fallimenti. Perfino qualche opera d’arte è andata distrutta e non è stata restaurata. Probabilmente ritenevano che fosse solo un marmo mal pagato. Forse abbiamo sbagliato futuro oppure è nostra colpa soltanto averci pensato. Si parlava di urbanistica razionale, la città divisa in zone funzionali, decongestionata, sicura. Oggi una nuova insicurezza impone altre scelte: di rimettere tutto al centro, tutto insieme. Ricomporre il poco e il tanto, fare quadrato. Forse siamo noi che abbiamo sbagliato il presente di allora e il passato è solo una somma di errori. Però un futuro bisognerebbe sceglierlo. Averne dimestichezza, prenderci confidenza.

A volte la città sa di cattivo odore. Un amico pedante ha scritto che si agita e schiamazza come il paese dei balocchi. Non lo so. Tranne i malvagi di indole e mestiere che non saranno pochi, i più di noi pensano di fare bene o il meglio e se non fingono assolute certezze e restano nella considerazione del loro relativo, che altro possono fare? Questo è il nostro limite e il punto di partenza: non sapere e cercare. Credo anch’io che occorra produrre per distribuire, pur senza farne una religione. Difficile raccogliere e dividere il raccolto, senza aver seminato. Si può averlo in prestito, ma il giusto va reso.

Si può desiderare. La vecchiaia è il ricordo di un desiderio. Stanotte, dopo il baccano, sto qui sul terrazzo e desidero solo quiete. O notte! Dove vai? Ti avevo detto no”. È una frase palindroma, si legge nei due sensi: in andata e ritorno. Come se fosse un ciclo ininterrotto, il tempo e il suo fluire, l’orologio e il suo battito, il cuore e il suo pulsare. La notte procede e non si arresta perché arriva il giorno. Deve passare. Anche il giorno cresce, avanza e muore per dar luogo alla notte. Così tutto cambia e tutto si ripete. E se fossimo in un cerchio continuo, anziché in un segmento compreso tra due punti? Torneremmo daccapo sotto altra forma, altre vesti, nuovi proponimenti, ma saremmo ancora umani, erronei e prepotenti, fermi e fragili, soli e gregari. Si può desiderare, ma non so se convenga. Non sempre.

Spesso, quando torno dal lavoro e percorro la provinciale, in un campo residuo che costeggia la strada, tra fabbriche e impianti della zona industriale, vedo un cavallino e tre pecorelle. Stanno insieme, le pecore seguono il cavallo, brucano l’erba. Oppure riposano all’ombra dell’unico albero per proteggersi dal sole. O si riparano dalla pioggia scrosciante. Sembra un quadro di Fattori. Che ci fanno quegli animali? A chi appartengono? Chi mantiene quel campo, forse il resto di un antico podere, e ne trae frumento, arrotolato in grossi cilindri? Che appaiono e non si sa chi li lavora e quando. I tempi di lavoro non coincidono. Lì vicino c’è un fabbricato che era di un pastore. Portava le pecore al pascolo tra gli stabilimenti e lungo la golena del canale. A volte ti ci imbattevi perché bloccava la strada e le auto, all’incrocio. A me faceva simpatia. Un uomo alto, frusto, capelli lunghi, un ombrello verde d’incerato a mo’ di bastone e al collo catene dorate. Procedeva altero, impassibile, come indifferente, circondato da cani e seguito dal gregge. Poi non si è visto più, si è perso, è scomparso. Né del gregge sappiamo qualcosa. Dicono avesse un fratello, divenuto imprenditore, proprietario di terre e imprese di costruzioni. Dicono l’abbiano trovato appeso alla trave del suo fabbricato. Forse era solo, il pastore, forse malato. Forse quel cavallo era suo e le tre pecore erano parte del gregge e tornano insieme su quel campo d’abitudine, in memoria del padrone. La villa accanto era stata venduta, pagata in contanti e contributi pubblici, ad una famiglia numerosa di kossovari. Provenivano da un campo rom e, da nomadi che erano, si sono insediati. Forse sono loro che coltivano quella terra e custodiscono gli animali rimasti. O magari è il proprietario di quei terreni che lo fa. Magari il fratello costruttore. E quel cavallino e le tre pecorelle sono ciò che resta di una vita. E di un mondo perduto.

Marco Celati

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