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Domenica 25 Ottobre 2026

RACCONTI DELLA DOMENICA — il Blog di Marco Celati

Marco Celati

MARCO CELATI ha lavorato e vive in Valdera, a Pontedera. Gli piace scrivere, ma non è uno scrittore. Solo uno che scrive.

Flash

di Marco Celati - Domenica 25 Ottobre 2026 ore 08:00

Sì fa del nostro meglio per far ridere la gente e spesso non si riesce o si riesce in ogni caso: è un mestiere difficile e inconsapevole. Si scrive dell’etica del tempo e dell’attrazione dell’imprevisto. Ma il vero deus ex machina del più edificante dei romanzi sarebbe una “chica mala”. Però non come Perfidia dei "Me contro te" che vabbè, anzi vaffanculo. Una chica mala vera, perfida davvero. Vendicatrice. Una femme fatale da spezzarti il cuore al primo sguardo e alla seconda coltellata. A volte rivediamo film in tivvù che al cinema neanche c’erano piaciuti. In genere sono commedie italiane. Fanno ridere e piangere, come tutte le commedie. Non sono nemmeno granché, come spesso le cose che capitano. Forse rivediamo quei film perché non ricordiamo bene come andavano a finire o forse perché a volte abbiamo un bisogno disperato di buoni sentimenti e di un bel finale. In mezzo alle più torbide violenze, non siamo ancora pronti per il noir.

Soffro di acufenia, la malattia degli acufeni, che, detta così, non so nemmeno se esiste, ma è per spiegare. Cosa sono gli acufeni? Non lo so, la parola penso abbia qualcosa a che fare con il greco che purtroppo non ho studiato, ma mi sono venuti lo stesso per punizione o come un dono di natura letterario. La parola in sé è bella. Sono fischi, fruscii, rumori negli orecchi, ticchettii, non si sa perché vengono. Forse per il frastuono, forse come anticamera della sordità o per ascoltare con le cuffie ad alto volume musica o tivvù senza disturbare i vicini, e non c’è cura, credo. Né medicina, come per i ciucchi. Di giorno tanto tanto: casino più, casino meno… Ostacolano soprattutto l’insorgere del sonno. Per fronteggiare il problema, meglio abitare in zone rumorose dove il fastidio acufenico viene sopravanzato dai rumori del traffico, dal passaggio del treno, dal lamento ultrasonico delle ambulanze che oltretutto disturba gli orecchi sensibili dei cani che abbaiano. D’altra parte è un cane, disse una professoressa in pensione, proprietaria di un pastore tedesco, rispondendo alle rimostranze del vicino, se era un tenore cantava Mozart. Senz’ombra di dubbio: la professoressa tra l’altro insegnava matematica che non è un’opinione. Se invece abiti in campagna puoi confondere il rumore degli acufeni col canto delle ultime cicale e dei grilli notturni nei mesi estivi e d’inverno confidare nella pioggia sul tetto. Che fa anche romantico. I periodi siccitosi dello sconvolgimento climatico però non aiutano. Le calamitose bufere sì, ma magari il tetto se lo portano via e i problemi sono altri e allora addio sonno! E gli acufeni rimangono pure. Invece nei rari palazzi silenziosi di città per addormentarsi soccorre la tecnologia informatica. Il progresso scientifico è meraviglioso. Alexa, trasmetti rumore del temporale! Alexa, trasmetti rumore della pioggia! Sono tempeste e piovaschi virtuali, sempre disponibili e senza dannosi effetti collaterali e assorbono il rumore degli acufeni che restano sì, ma li senti meno e t’importa una sega. Perché gli acufeni sono come le persone moleste, live o social, i rompicoglioni che l’unica è sopportarli e imparare a non farci caso: sono tanti, ma alla fine non li senti più e restano solo un rumore di fondo inevitabile, che fa parte della vita.

Ognuno di noi nasce a caso e vive con gli altri, dove vita e lavoro esistono. C’era quel Bar, specchio di una città allegra e malinconica, operaia e commerciale. Di una certa nobiltà popolare, a suo modo. Nel Bar, stante la folta presenza maschile, come sfogo ormonale c’erano due squadre di calcio: Associazione Calcistica "Mezzi", simbolo un fiasco, e Unione Sportiva "Sonati", simbolo una campana. I derby “Mezzi contro Sonati” erano memorabili e sanguinosi. Decisivi per la selezione del torneo cittadino. Il Bar aveva l’abbonamento alla triade dello scibile giornalistico dell’epoca: Telegrafo, Nazione e Unità. Avvertita comunque la mancanza del Corriere: dello Sport, naturalmente. Il Bar si chiamava -e si chiama ancora- La Posta, ma era sotto il Comune. La posta ci sarà stata un tempo. Poco si sa, molto s’immagina. Oppure si suppone, a seconda della vulgata e del poco che si sa. Frequentatori: maggioranza di sinistra, socialisti in licenza dal circolo Alvaro Fantozzi, comunisti in missione dal circolo operaio e piaggista dell’Arci, nonché contestatori, extraparlamentari e vivaci, al limite del rompimento di coglioni. Completavano il quadro alcuni silenziosi e giudiziosi democristiani, che per lo più si esibivano nel vicino circolo delle Acli, e perfino un paio di folcloristici missini: uno simpatico, l’altro problematico. A volte capitava anche un maoista, Cucciolo, il più tenero, orecchi a sventola, secco come la fame che doveva aver patito, che ripeteva: “quando viene Mao, tanta pastasciutta a tutti!”. A ciascuno secondo i suoi bisogni e le sue speranze. Le discussioni più accese erano a sinistra: gli estremisti erano verbosi e fantastici, ma si capiva che quelli del PCI erano più solidi e avrebbero prevalso.

La gioventù degli avventori era esclusivamente maschile: in genere orfani di sesso, a parte due fidanzati in casa e il solito sborone che vantava imprese amatorie da far impallidire congiuntamente Ars Amandi e Kamasutra e si capiva che non erano vere. La televisione stava in alto, incurante di torcicolli e cervicali ed era per i telegiornali e le partite. I cellulari non esistevano, era già tanto il telefono a casa. Le sere d’estate erano il tempo migliore, cielo in prevalenza limpido, la notte fresca e stellata. La bellezza è lo splendore del vero, le volte rare che riesce a splendere. Si tirava tardi sulle sedie, fuori, all’aperto con qualche liquorino, in prevalenza grappini, amari, Cynar e Vecchia Romagna che i più assidui e temprati si concedevano anche prima di colazione e dopo pranzo. Come oggi le pasticche del dottore. Birra ovviamente, e la spuma per i più fragili, sottoscritto compreso. Bionde le spume e qualche azzardo al cedro, che però fu bandito da quando un amico habitué, ora scomparso, bevutone un bicchiere, non fece a tempo ad arrivare a casa, dove si precipitava in ritirata, che s’era già cacato addosso. E sì che era un chimico e abitava anche vicino. Il vino, rosso, era per i cori. C’erano delle belle voci e belle persone e un amico carissimo che non c’è più e un altro che l’ha seguito poi. Esistevano pure gli astemi e gli stonati, sottoscritto sempre compreso, che però venivano inclusi. Come oggi i vegani, i celiaci e le altre nuove, esuberanti minoranze.

Serviti in prevalenza caffè e cappuccini e, per i più sofisticati intellettuali e deboli d’intestino, il tè. Che comunque era quello classico: acqua calda, bustina, una fettina di limone e levati di culo. Un giorno un forestiero ordinò: un tè, prego, al latte, giusto un velo. Era di città sicuramente. Poi aggiunse, per favore non tanto abbollore, chiepito! Vabbè. Capace anche lui veniva dalla “Macaronesia”. Nella sala sul retro, cupa e maschile, si sono alternati un tavolo da ping-pong, un biliardo, la bisca per le carte e la macchina per girare a mano i gelati con la specialità della casa. Oggi c’è una sala da pranzo volante. Sono comparse le femmine e il Bar si è finalmente ingentilito e illuminato. Il gelato non so più come lo fanno, forse a macchina, ma la specialità della casa rimane, ed è il croccante. Che è giallo-marron e sa di croccante della Fiera.

Quell’ultimo Bar, ora in vendita, era di un’altra storia, da scrivere, commuoversi e ridere, prima della chica mala rompicuori, dei romanzi, dei film, degli acufeni e tutto quanto. L’illusione di un flash fra le istantanee della vita, un piccolo posto, in fondo, nella resistenza, nella tempesta del tempo. Ma niente è più grande delle piccole cose, fa una canzone, e chissà se nella tempesta abbiamo saputo resistere o navigare. Noi che, dice Pessoa, siamo due abissi: un pozzo che guarda il cielo. Lo dice nel "Libro dell’inquietudine" e inquieti siamo stati assai.

Buona domenica e buona fortuna.

Marco Celati

Pontedera, 25 Ottobre 2026

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P.S. “La bellezza è lo splendore del vero” è una frase attribuita a Sant’Agostino. La Macaronesia, che ronzava in testa come gli acufeni, credevo fosse un luogo inventato, magari di origini Salgariane e invece esiste davvero,indica alcuni arcipelaghi dell’Atlantico -di Portogallo, Spagna e Capo Verde- al largo delle coste africane. La conoscenza dell’ignoranza è un abisso infinito, il pozzo senza fondo da cui guardare il cielo che diceva Pessoa. Questa spiegazione, che rimedia in minima parte a quel vuoto abissale, chissà se può scusare la caratterizzazione del testo, al limite del pregiudizio etnico. “Chica mala” è un brano di diversi tormentoni canori, alcuni oltre il limite del demenziale. Uno l’ho citato. Però non sarebbe male come titolo di un noir. “Niente è più grande delle piccole cose” è un verso di una bella canzone di Cristicchi. Il Bar La Posta, il cui racconto è un po’ romanzato, è forse l’ultimo, storico Bar di Pontedera.

“Abbi cura di me”, Simone Cristicchi

https://youtu.be/0o6zza76pDg?is=N0UP2tfgtqmLdzsT

Marco Celati

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